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La ferocia di Giuditta


Feroce.

Ecco l’aggettivo che mi viene in mente mentre vedo Giuditta che, sostenuta dalla sua serva, taglia la gola a Oloferne, spietato condottiero assiro che assedia la sua città e che ha tentato, con evidente insuccesso, di sedurla.

Un quadro che viene paragonato a quello del più famoso Caravaggio perché ritrae la stessa scena, molto diffusa nella storia dell’arte, in modo inedito e sorprendente per l’epoca. La novità è la violenza, lo spruzzo di sangue che invade gli occhi dello spettatore, il tutto abbinato ad una figura femminile elegante, che brandisce l’arma di un guerriero.

Ma la novità è anche che sia una donna a dipingere un quadro del genere. Artemisia Gentileschi, figlia di Orazio e forse per questo ammessa all’arte totalmente maschile della pittura, rappresenta insieme una donna che si emancipa e che si difende dalle ingiustizie della Società. Disonorata dal pittore Agostino Tassi, non esita a denunciarlo e a raccontare la violenza, che paradossalmente la emancipa, rendendola una donna che si sposerà solo per convenzione e vivrà autonomamente la propria vita perché non avrà più un onore da difendere.

Per una parte della critica in questo quadro Artemisia si autoritrae esprimendo la rabbia verso l’aggressore ed il suo desiderio di vendetta. Ma il significato biblico della rappresentazione è molto meno personale. Giuditta infatti si macchia di un omicidio politico, necessario per salvare il suo popolo dall’invasore, non attua una vendetta, ma segue la volontà di Dio e compie un gesto di giustizia.

La giustizia in questo caso è rappresentata senza pietà e dove non c’è pietà c’è ferocia. Questa immagine fa venir voglia di indagare sul limite tra coraggio, determinazione e crudeltà. Se Giuditta lo avesse avvelenato sarebbe stato sicuramente meno cruento, ma altrettanto efficace. Sarebbe stato più femminile, perché le azioni violente non appartengono al sentire delle donne. O forse no.

Forse il luogo comune della pietà non appartiene al “genere”. Perché scegliere di sopraffare così fisicamente per ottenere il proprio scopo implica la mancanza di empatia, l’allontanamento dall’azione che si compie. E lei si scosta, per non macchiarsi, perché non prova piacere da quello che fa, ed il sangue non si lava, come quello sulle mani della moglie di Macbeth. Ma agisce per ristabilire un ordine, per vincere contro un nemico che sa non avrebbe avuto pietà di lei. Così la ferocia non è più crudele, la ferocia è a volte avere il coraggio di rassegnarsi al proprio destino.

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