top of page

Giovanni Boldini, la mostra a Roma


Giovanni Boldini è un esempio di successo. Lascia Ferrara giovanissimo, gira tra Firenze, Venezia e Milano e poi approda a Parigi per rimanerci tutta la vita. Negli ultimi anni sono tante le mostre che lo celebrano, e che celebrano soprattutto questa sua capacità di conquistare la Francia con uno stile inconfondibile che lo identifica come esponente di rilievo della “Belle Epoque”.

Così anche a Roma è arrivata una mostra celebrativa, al Complesso Monumentale del Vittoriano, che mi ha lasciato gradevolmente sorpresa. Partivo, infatti, piena di preconcetti perché una mostra su Boldini, come ho detto prima, non è una novità, anzi, forse il nome inizia ad essere sfruttato anche troppo e quindi rischiava di essere una grossa fregatura.

Invece ho visto una bella esposizione equilibrata, dove troviamo una quantità adeguata di quadri dell’artista ed esempi di contemporanei che quanto meno incuriosiscono il grande pubblico e magari gettano il seme di un approfondimento futuro su nomi non altrettanto famosi.

Equilibrata dicevo, grazie anche all’allestimento, con delle didascalie retroilluminate bellissime, scelte di colori e luci calde che si accordano con l’idea che si voleva dare e cartellonistica adeguata ai contenuti.

L’oggetto della mostra è naturalmente l’immagine della donna, fulcro della fama di Boldini, che grazie ai ritratti di nobildonne ma anche di ricche signore della borghesia, raggiunge il suo successo. Quindi il quadro di punta è l’enorme “Ritratto di donna Franca Florio”, imponente non solo per le forme, ma per la storia, fatta di ricchezza e decadenza visto che il dipinto venne venduto dopo il tracollo finanziario della famiglia ed è finito ora nel patrimonio di una Società che ha subito a sua volta un fallimento per cui non è certo il suo futuro.

A fianco a questa immagine di potere inedito, dove non si mostra tanto la ricchezza quanto la bellezza ed il fascino come espressione di forza e superiorità, troviamo anche un percorso che ci dimostra la bravura indiscussa del pittore sin dagli esordi, con piccoli paesaggi di campagna o immagini intime espressione di uno stile da “macchiaiolo”, e poi il passaggio alla vita della metropoli, dove non è più importante il fondo dei quadri, ma solo i visi che ne emergono, dove la luce non è più quella del sole, ma dei salotti e dello studio dell’artista.

Il tratto distintivo di Boldini è quindi non solo nel soggetto, il ritratto femminile appunto, ma nella tecnica, fatta di volti perfetti, incarnati e labbra sublimi, ottenuti con pennellate pastose che sfuocano il fondo per renderli il fulcro vibrante della composizione, in una sorta di “movimento vorticoso dell’aria” intorno al soggetto.

Visi che raramente guardano lo spettatore, ma si perdono verso punti imprecisati, pensierosi e insieme seducenti, mentre immortalano un aspetto specifico e predominante della personalità.

Come vediamo ne “La tenda rossa”, un quadretto che si scontra con le dimensioni giganti dell’opera dedicata alla Florio e che, nello starle accanto nell’esposizione, mostra invece quanto non siano importanti le misure per creare un’immagine incisiva.

Qui una donna che non può definirsi bella a causa di un naso troppo grande, trova proprio in quel naso una nuova bellezza. La tenda rossa sullo sfondo è l’invenzione che permette di portare fuori dall’immagine quella peculiarità del volto che la rende unica.

Il gesto quotidiano e intimo del fumare in casa si coniuga con un momento di tranquilla conversazione e, paradossalmente, riesce a restituire quella ricerca di verità che Boldini esprimeva nei quadri della sua giovinezza e della sua formazione italiana, ma in un altro modo, naturalmente più maturo e potremmo dire “moderno”.

Questo è, secondo me, il quadro che vale veramente la pena andare a vedere, perché restituisce la sottile ironia di un uomo che guarda una donna cercando il punto di attrazione che gliela farà ricordare sempre, ed insieme il fascino dell’unicità che in ogni quadro Boldini porta avanti.

Perché la vera bravura di questo pittore non era solo nella tecnica, non era nella sua capacità di adattarsi ad una società ricca e raffinata, me era quella di saper guardare.

Boldini guarda tutta la vita attraverso i suoi quadri e per questo quando anche noi lo guardiamo lo amiamo subito.

Commentaires


bottom of page