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Fiori nell’harem di Emilio Magistretti


emilio magistretti I fiori dell'harem

Emilio Magistretti è un pittore milanese vissuto a cavallo di Ottocento e Novecento che viene ricordato principalmente per la sua abilità di ritrattista dell’alta borghesia. Il quadro che vi propongo sembrerebbe quindi diverso da quelli che realizza di solito, ma se avrete la pazienza di soffermarvi sull’immagine scoprirete che anche qui esprime la sua abilità di ritrattista perché rappresenta l’unico modo in cui si può ritrarre una donna chiusa in un harem: in un attimo rubato.

La composizione sembra dominata dai fitti motivi arabi che costruiscono la parete e la finestra, mentre un tappeto sul davanzale rompe i colori del marmo e dell’oro con una macchia di colori caldi, eppure il vero fulcro sono le mani che sporgono dall’interno della finestra ad afferrare con un gesto fugace un dono: un mazzo di fiori.

L’oro che si ripete sulle pareti e sulle mani suggerisce che la prigionia sia dorata, ma sempre di prigionia si tratta. Per questo il movimento è rapido, tanto che un fiore cade dal vaso in bilico perché la finestra è in alto, fatta appunto per far entrare la luce, ma non per far vedere fuori o farsi vedere.

Ma il gesto è anche rapace, la donna afferra il proibito, che non è solo il dono in sé, ma l’idea di quel mondo che vive al di fuori, la speranza che la sua vita non finisca in quelle mura, che ci sia una libertà anche solo immaginaria.

E’ un quadro bellissimo e terribile questo di Magistretti, dal significato tanto potente da far quasi dimenticare la bravura naturalistica con cui è realizzato.

Il pittore racchiude in quelle mani un insieme di paura e desiderio, quel momento di felicità mista a timore che permette allo spettatore di guardare oltre il suo quadro, oltre quel muro e quel tappeto.

Perché quando guardiamo il vaso che scompare nel buoi della finestra in realtà immaginiamo la donna che c’è dietro, magari arrampicata su una sedia, immaginiamo quel fremito nel compiere il gesto audace, la paura di essere scoperta, la tristezza di vivere come una schiava, senza la possibilità di scegliere niente se non il meglio per sopravvivere.

Fiori nell’harem è un quadro su quello che non si vede: non si vede la donna, non si vede la persona che dona i fiori, non si vede la storia che ha portato a quel momento né quello che succederà dopo, come ogni buona favola che si rispetti, ci costringe a pensare proprio a tutto quello che non c’è ammirando quello che invece è visibile.


P.S. Il quadro non è in un museo, bensì è presentato dalla Galleria Berardi di Roma che ringrazio per la bella scoperta:

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