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Tragedia in tre atti (1934)


tragedia in tre atti

È il 1934 e Agatha ripropone Poirot pensionato e annoiato che indaga su un mistero perché “non ha niente da fare”. Ma lo ripropone in modo un po’ anomalo, la vera attività di investigazione infatti non la compie lui, bensì un terzetto pittoresco composto da un maturo attore drammatico, Sir Charles Cartwright, il suo ricco e timido amico, Satter, personaggio già protagonista de “Il misterioso Signor Quin”, con il nome completo di Satterthwaite, e l’immancabile giovane donna, Hermione Lytton Gore, in cerca di amore e felicità.

Lo scenario di apertura è quello classico della cena con il morto, in questo caso il buonissimo curato del paese che nessuno ha motivo di uccidere e che beve un cocktail forse avvelenato. Da qui la trama si svolge in un secondo omicidio, questa volta il padrone di casa in un’altra cena, e poi in un terzo affrontato con molta leggerezza perché la trama si complica in un groviglio di indizi e supposizioni che si arrotola intorno ai protagonisti e al lettore.

Ma la confusione è solo apparente, il filo conduttore rimane sempre la passione tra la giovane Hermione e il maturo attore, che si presenta ostacolata più da remore morali che pratiche. E forse per questo Poirot non trova tanto spazio nella narrazione, se non nella parte finale, in cui prende in mano l’intrigo e dipana la matassa davanti ai personaggi e a chi lo legge, in un ruolo di deus est machina che nasce dal suo essere esterno alla storia e quindi capace di valutare con la giusta freddezza fatti e circostanze.

Un libro che si fa leggere anche per la presenza di Satter, il mite e ricco signore che ancora una volta guarda i drammi degli altri e non riesce a farne parte come vorrebbe, che permette a Poirot di presentarsi anche in un lato più umano del solito, quasi nostalgico, grazie ad alcuni aneddoti della vita della vita dell’investigatore che ci permettono di metterlo sempre più a fuoco.

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