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Poirot non sbaglia


Tutti hanno paura di qualcosa o qualcuno, e anche Hercule Poirot ha un punto debole: il dentista. Questo romanzo inizia quindi così, parlando di una delle vere paure dell’umanità: quell’uomo davanti a cui siamo tutti inermi, che ci promette sollievo in cambio di dolore e a cui nessuno può sfuggire.

Ma la piccola rivincita della nostra scrittrice è che il dentista è anche il morto, apparentemente suicida. Eppure Poirot lo sa che un dentista non può uccidersi, che non è nel suo carattere. Così inizia un’indagine personale in cui il fido ispettore Japp non lo sostiene e tutta la trama rimbomba della frase del titolo italiano: “Poirot non sbaglia”, nonostante le apparenze siano sempre tutte contro di lui.

La trama è diluita nell’arco di molti mesi, forse per questo si perde in una caccia che non è serrata ma fluida, fatta di piccoli fatti, piccoli dialoghi, mai troppo violenti, mai troppo incalzanti. Tutto è misurato perché la violenza della storia deve rimanere nascosta, come la polvere sotto un tappeto, e le diverse morti che seguono a quella del dentista, apparentemente slegate tra loro, non scuotono il lettore se non nell’ultima, violenta eppure stranamente “calcolata”.

Poirot è solo mentre cerca di trovare il filo che lega gli eventi, e forse per questo un po’ triste e sottotono, costretto a cercare una spalla nel cameriere George, come ha fatto in precedenza nella segretaria, e non trovando un compagno adeguato. Così, nonostante il dentista sia l’uomo che più gli fa paura, il nostro investigatore belga non esita a cercare di scoprire il suo assassino e riabilitarne il nome, perché “l’assassinio non è mai giustificabile”, anche se riguarda un dentista.

N.B. Il titolo inglese è “One, two, buckle my shoe”, una filastrocca per bambini le cui rime danno il titolo anche ai capitoli, ma che nella versione italiana per me perde senso ed interesse, niente a che vedere con “I dieci piccoli indiani”.

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