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Plutone che rapisce Proserpina – una scena comune


Gian Lorenzo Bernini vive l’arte con la stessa violenza e determinazione con cui vive la vita e le sue sculture mostrano una sicurezza sfrontata, una voglia di osare che trova, per me, paragoni solo con il carattere di Michelangelo.

In una Roma del Seicento fatta di rivalità professionali che coincidono con le personali, in cui gli architetti e gli artisti si sfidano per conquistare il favore dei committenti e mostrano il loro sdegno con gesti eclatanti e azioni drastiche, Bernini vive fino ad ottant’anni, crea una bottega floridissima piena di scultori che lavorano per lui e gli permettono di realizzare opere monumentali come il Ponte di Castel Sant’Angelo.  Ma soprattutto lascia tante leggende metropolitane che lo descrivono come un uomo capace di sfregiare una donna che lo tradisce e un’artista che disegna le terga di un elefante in faccia all’edificio che ospita la Santa Inquisizione.

Così, nelle sue mani, la storia di una violenza comune, quella del più forte che si prende quello che vuole, diventa un’opera d’arte mistica e perfetta: Plutone che rapisce Proserpina.

Per chi non lo conoscesse, il gruppo venne realizzato nell’ambito di una commissione più grande per il cardinale Paolo Scipioni, che chiese ad un Bernini giovane e non ancora molto famoso di decorare la sua casa, il palazzo che oggi è la Galleria Borghese. Qui l’artista non si limita a realizzare dei gruppi scultorei, ma libera tutto il suo carattere forte e ardito in opere che dialogano tra loro e con l’ambiente in modo inedito e splendido.

Plutone stringe una Proserpina recalcitrante e leggera, nella rappresentazione di un attimo in movimento che a seconda della prospettiva mostra un aspetto emotivo della scena. Se vista da sinistra, la drammaticità dell’azione è smorzata dalla verticalità della giovane e dal gesto aereo che la spinge verso l’alto. La visione cresce di intensità se ci si sposta frontalmente, quando si avverte la sconfitta della Dea perché impossibile superare la potenza di Plutone che la tiene sicuro e senza fatica. Ma la verità sulla violenza a cui assiste lo spettatore si svela completando il giro, ovvero arrivando sulla destra, dove la mano del rapitore affonda con brutalità in un marmo che non è più tale, ma sembra carne e pelle. Le lacrime di Proserpina scendono a testimoniare la rabbia della sconfitta ed il dolore dell’impotenza e ci si accorge del dramma, della sofferenza, dell’ingiustizia a cui si sta assistendo.

Bernini è un genio perché restituisce un’immagine che si muove nella sua immobilità, costruisce un dialogo muto tra personaggi e spettatore in cui si racconta una storia senza parole fatta di gesti, materia, luce. Una storia che non è bella, perché è quella di una donna che viene presa da un uomo contro la sua volontà. Una storia ancora troppo comune anche oggi.

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