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La parola alla difesa (1940)


Agatha riprende con una maturità nuova il tema dell’amore e dell’eroina che incontriamo nei suoi romanzi giovanili, ma non convince. Qui la protagonista, Elinor Calisle, viene accusata dell’omicidio della sua rivale in amore, la giovane, bellissima e ingenua Mary Gerrard.

La storia inizia dalla fine, ovvero l’inizio del processo che accusa Elinor dell’omicidio della giovane, e poi ritorna indietro in un lungo flash back che racconta della morte della ricca zia di Elinor e della sua passione per il cugino, Roderik Welman, fino ad arrivare all’epilogo tragico per cui è stata imprigionata.

Poirot quindi appare tardi nel romanzo, chiamato in causa dal dottor Peter Lord, il medico della zia che si scopre innamorato di Elinor nonostante tutto la faccia apparire colpevole.

La storia mette insieme la passione, il delitto e il dramma giudiziario, con un Poirot un po’ sottotono che risolve brillantemente il caso ma non partecipa veramente di quel clima in crescendo che invece sarebbe stato alla base della narrazione.

Dico “sarebbe stato” perché appunto il ritmo si smarrisce in vari punti, i personaggi a volte si appannano, perdono vigore, e la vicenda assume un tono quasi monotono. Il finale sembra scontato e forse anche un po’ incollato, un libro a cui manca carattere, piacevole come sempre, ma facile da dimenticare.

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