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Il ritratto di Elsa Greer (1942)


Non ero molto convinta di questa storia: Poirot che interroga i cinque protagonisti di un delitto avvenuto sedici anni prima per dimostrare che il colpevole condannato era in realtà innocente. Una narrazione costruita sulle interviste dirette e sulla creazione di resoconti scritti dei cinque personaggi degli stessi due giorni raccontati all’infinito, dove bisogna cogliere la nota stonata, la sfumatura differente, per rimettere insieme la tela creata da Agatha.

E invece mi sono dovuta ricredere, perché l’ultima parte del libro cambia il registro, regala il colpo di scena e ripaga della pazienza che si è avuta prima, ricordando ancora una volta quanto sia brava a costruire i suoi personaggi ma soprattutto a raccontare quanto le persone possono apparire diverse da quello che sono.

Un libro che parla di ritratti non solo come opere d’arte, ma come descrizione dei personaggi, profondo più di quello che sembra all’inizio, che vale la pena leggere perché dimostra la maturità ferma e consapevole di Agatha, che ci invita con il suo romanzo a guardare dritto negli occhi il lato più oscuro dell’umanità.

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