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Il calore di un abbraccio, “La Deposizione di Cristo” di Jacopino del Conte


jacopino del conte

Quattro personaggi. Tre vivi ed uno morto. Un impianto scenografico circolare, in cui le braccia, i corpi, le gambe, ruotano attorno ad un vuoto, in cui la disperazione si muove su linee metalliche e il movimento sembra gelato in una immobilità fremente. Jacopino del Conte ci racconta la Deposizione di Cristo, il tragico momento in cui si perde ogni speranza davanti alla morte di una persona cara, in cui si porta il corpo nella tomba sapendo di non poterlo più rivedere.

Così il corpo sembra conteso tra colui che accetta l’accaduto, che si rassegna alla morte, e che lo tiene come a trascinarlo verso il buio alle loro spalle, e la Maddalena, che invece si aggrappa alle gambe di Cristo, in un gesto disperato che insieme vorrebbe trattenerlo e rianimarlo.

La madonna guarda a braccia spalancate, train d’union della composizione e dei gesti emotivi, disperata ed insieme stupida dal dolore, quasi indecisa su quale posizione prendere.

Molti artisti hanno narrato questo momento fondamentale della storia della Resurrezione, lo hanno fatto parlando prima di tutto della disperazione della madre, più o meno composta, ed hanno rappresentato Cristo come un cadavere più o meno credibile.

Jacopino del Conte, nella metà del Cinquecento, invece racconta prima di tutto la disperazione della Maddalena e la sua ribellione alla morte. Il freddo pallore di Gesù si scontra con l’abbraccio caldo, rosato, vivo, della donna, che sembra volerlo scaldare, riportare il sangue a scorrere, trovare di nuovo una parola che lo animi.

Un quadro tra tanti nella Galleria d’Arte Antica di Palazzo Barberini, a Roma, che però andrebbe visto dal vivo, perché regala una forza cromatica assolutamente unica. I colori diventano infatti temperature, a chi guarda quelle mani che stringono le gambe sembra di sentire il freddo che si scontra con il caldo, la forza di un sentimento che vuole lottare anche contro Dio e il destino, e riportare, con la forza di un amore terreno ed assoluto, la vita dove non c’è più.

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