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Dieci piccoli indiani (1939)


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E dopo una serie di libri mediocri ecco che arriva il capolavoro. Uno dei libri gialli più venduti di sempre, e uno di quei libri che bisogna leggere se si è degli appassionati del mistero.

Gli indiani in realtà sono dei “negretti”, protagonisti di una filastrocca americana della seconda metà dell’ottocento, che partono appunto in 10 e alla fine “non ne rimarrà più nessuno”.

In questo romanzo senza investigatori dieci sconosciuti rimangono intrappolati in una bellissima villa su un’isola e muoiono uno alla volta perché colpevoli di aver compiuto un omicidio e averla fatta franca. Naturalmente tutta la tensione nasce dal non capire chi sia l’assassino, un misterioso psicopatico che si muove tra i muri della casa o uno dei protagonisti, che fa il doppio gioco?

La narrazione è costruita quindi sull’alternarsi dei punti di vista dei diversi personaggi, costruiti perfettamente, e sul crescendo dell’ansia che arriva al culmine per svelare poi un finale inaspettato.

Il romanzo ha una storia curiosa anche per la genesi del titolo, che inizialmente era “Dieci piccoli negretti”, ma per non usare il termine “negro”, dispregiativo in America, venne trasformato in “E poi non rimase più nessuno”, ma in Italia, negli anni settanta, divenne “Dieci piccoli indiani”.

E’ un libro che va gustato, buono in ogni momento, perché dà tutta la soddisfazione che preannuncia la sua fama e perché sviluppa con armonia il tema del limite tra bene e male andando oltre i facili moralismi, e dimostrando come la coscienza delle nostre azioni ci segua sempre, appunto sia nel bene che nel male.

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