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American Chronicles: The Art of Norman Rockwell


Rocwell

Ancora una bella mostra, e sono proprio contenta di questo. In un fine giornata piovoso e umido, quando si vuole solo correre a casa per mettersi sotto il piumone, con un guizzo di coraggio e sprezzo del pericolo sono andata a vedere la mostra “American Chronicles: The Art of Norman Rockwell” allestita a Palazzo Sciarra fino all’8 febbraio 2015.

Ed è stata proprio una bella idea, perché ho trovato un bell’allestimento e dei bellissimi quadri, tutto bello insomma.

Norman Rockwell è un’icona che parla di icone, un americano che disegna e dipinge l’America da prima della Prima Guerra Mondiale fino agli anni ’70. Attraverso le 323 copertine del  Saturday Evening Post, realizzate tra il 1916 e il 1963, ma soprattutto attraverso i quadri, la mostra ci porta in un paese che rappresenta ancora la terra dove tutti i sogni e speranze sono realizzabili.

Concepiti come illustrazioni, dove al centro dell’idea è sempre la persona, che sia bambino o adulto, persona comune o famosa, i quadri si presentano con una tecnica eccezionale, fatta di colori corposi e precisi, che rendono le immagini reali e allo stesso tempo poetiche.

La mostra regala quindi l’emozione non solo di vedere tutte le copertine del Post insieme, ma anche di ammirare da vicino opere realizzate con una tecnica di rara perfezione e bellezza. I temi poi rispecchiano la visione che l’artista ha del suo paese, ma in una chiave sempre propositiva ed ottimista, i bambini per esempio rappresentano quell’innocente sguardo verso il futuro che racchiude insieme tenerezza e speranza, mentre gli autoritratti evidenziano l’autoironia che muove il pennello di Rockwell e dà forma al colore.

L’esposizione segue tutta la sua vita artistica, durata sessant’anni, che vede però nell’ultima sezione spegnersi una parte del giocoso ottimismo che lo ha sempre caratterizzato e presentare invece nette critiche ad una società razzista e gretta in alcune opere assolutamente significative come “Murder in Missisipi”, ispirato ad un fatto di cronaca.

Rockwell però non smette mai di guardare il mondo che lo circonda con una sorta di lente onirica, che trova nella piccola bellezza delle smorfie e nella unicità dell’attimo rubato una molla che regala all’immaginazione un motivo sempre nuovo per sognare.

Come ho detto all’inizio, una bellissima esperienza, un allestimento giocato su colori gradevoli e su linee semplici che accompagna il visitatore in un viaggio leggero e di grande soddisfazione, perché Rockwell appaga quella fame di bello e buono che abbiamo sempre, come il latte e biscotti prima di andare a dormire.


Rockwell-Triple-Self-Portrait-1960

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