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Cola di Rienzo e cosa succede a voler governare Roma


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Federico Faruffini dipinge nel 1855 “Cola di Rienzo contempla le rovine di Roma”, un giovane di belle speranze che guarda la devastazione della sua città, mentre sfoglia un libro appoggiato sulle vestigia di un monumento classico che gli ricorda invece quello che era un tempo: bellissima e potentissima.

Il piglio determinato parte dallo sguardo e si irradia nel gesto del braccio, che sembra precedere lo scatto in avanti, verso l’azione, mentre il paesaggio è ancora più desolato grazie ai colori bruciati che dominano la composizione. Un quadro che vuole essere fortemente evocativo nella semplicità dei suoi elementi eppure l’ho scelto oggi non tanto per parlare dell’opera in sé ma del personaggio che ritrae.

A Roma, infatti, gli hanno dedicato una piazza e una strada famosa per lo shopping: via Cola di Rienzo, ma credo siano pochi quelli che veramente sanno chi fosse il “tribuno romano” e soprattutto che fine abbia fatto.

Cola di Rienzo, all’anagrafe (se allora fosse esistita) Nicola di Lorenzo Gabrini, nasce nel 1313 da famiglia modestissima. Grazie alla sua abilità oratoria e soprattutto al suo impegno nello studio, diventa notaio e inizia una carriera politica che lo porterà a colloquiare non solo col Papa, seduto comodamente sul suo trono ad Avignone, ma anche a sottomettere la nobiltà romana e guidare la città in un momento di suo profondo degrado morale ed economico.

Il tribuno promette ad un popolo stremato dai disagi la rinascita della Roma classica, la ripresa degli affari, la pulizia delle strade dalla violenza e dalla sporcizia. Così scopriamo che la capitale d’Italia, anche quando l’Italia non c’era, soffriva per l’incuria dei suoi governanti, per la corruzione, per le lotte politiche intestine che vedevano come obiettivo solo il potere e non il benessere dei cittadini.

In questo contesto deprimente Cola di Rienzo si presenta come il salvatore che guarda al passato glorioso della città, alla democrazia, e per un certo periodo riesce anche a mantenere le sue promesse: la città ritrova un nuovo benessere ed un governo per i cittadini e non per i nobili.

Eppure le cose vanno bene per poco, la tradizione vuole che il potere faccia perdere la testa anche al figlio del taverniere e della lavandaia, che ne abusa fino a far perdere la pazienza al popolo che non lo considera più un tribuno ma un nuovo tiranno e come tale da defenestrare.

Dopo una fuga avventurosa per salvare la pelle, il politico si rende conto che senza la sua città non ha altro per cui vivere, quindi ritorna a Roma e ai sui abitanti, pronto a riconquistarlo. Purtroppo però i suoi piani non andranno a buon fine: quello che si poteva concedere ad un giovane di belle speranze non si può perdonare ad un uomo di esperienza, ed la cittadinanza non accetta più una guida intemperante e troppo sanguinaria.

Così Cola di Rienzo diventa vittima dei suoi stessi ideali e del popolo che voleva guidare e salvare, che non esita ad ucciderlo barbaramente, sulla soglia di quel Campidoglio che aveva conquistato con la forza dei suoi ideali.

Per la precisione, il politico sarà prima picchiato, poi pugnalato a morte, in seguito il suo cadavere viene trascinato per via del Corso dove, ormai mutilato, sarà esposto per due giorni davanti alla chiesa di S. Marcello, vicino al palazzo Colonna, come una sorta di dono alla famiglia nobile che maggiormente lo aveva ostacolato, simbolo dell’aristocrazia che si riprende il potere, infine bruciato sulla piazza del mausoleo di Augusto, davanti a quelle rovine romane che tanto lo avevano ispirato.

Nel suo dipinto Federico Faruffini, a sei anni dall’Unità d’Italia, è così concentrato nell’esaltazione dei miti risorgimentali e nella descrizione metaforica di un’Italia che anela alla democrazia e alla libertà, che si è ben guardato dal riflettere sulla fine che il popolo romano fa fare a chi prova a comandarlo.

Invece io, quando penso a Cola di Rienzo mi ricordo per prima cosa sempre la sua fine perché, se anche Roma gli ha dedicato una piazza e una strada con lo stesso intento del dipinto di Faruffini, pochi continuano a ricordare cosa succede a chi pensa di poter governare questa città senza un titolo o una tiara.

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