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Cadmo uccide il drago di Hendrick Goltzius


Hendrick Goltzius è considerato tra i più importanti esponenti del manierismo olandese, raggiunge il successo come incisore ma si dedica nell’ultima parte della sua vita, ovvero all’inizio del Seicento, esclusivamente alla pittura. Grazie anche ad un viaggio in Italia nel 1590, dove conosce le opere di Michelangelo, la sua concezione delle forme è fatta di corpi definiti e mobili, in pose che mettono insieme tensione muscolare e forza trattenuta, come vediamo nel dipinto Cadmo uccide il drago.

Cadmo è il fondatore di Tebe e di una stirpe di dei e semi-dei. Partito con i fratelli per salvare la sorella rapita da Zeus si ritrova, complice una profezia dell’oracolo di Delfi, a fondare una città da solo, dopo aver ucciso un drago talmente terribile da aver sterminato tutti i suoi compagni. Il momento rappresentato qui è quello del colpo di grazia alla creatura terribile: l’eroe trova il punto debole nella gola della testa centrale e affonda senza esitare la sua lancia simile ad un ramo. Non fosse stato per i compagni maciullati a terra avremmo pensato ad un Ercole contro l’Idra, per la pelle di leone che lo copre e le teste multiple del mostro, eppure questa è l’indicazione che dà la critica sull’identificazione dell’iconografia.

Ma in fondo cosa importa se è Ercole o Cadmo? Il senso della scena sarebbe comunque lo stesso: un uomo solo che affronta un nemico terribile e lo sconfigge con le armi del proprio coraggio e della propria determinazione. L’immagine è talmente cruenta da risultare macabra, non solo per i copiosi resti di uomini e animali che si svolgono ai piedi dei personaggi, ma per la resa del sangue, che scorre fresco e vivo, a gocce abbondanti, dalle vittime e dalle fauci del carnefice. Il rosso di quel sangue contrasta con il pallore dei cadaveri che rappresentano la morte giunta da tempo, mentre il colorito di Cadmo, invece, è vivo, caldo e dorato. Come è vivo il gesto della pelle che si alza nell’aria, spinta dal movimento del braccio che colpisce, e che racconta una concitazione che si smorza nella resa muscolare fluida e armoniosa. Eppure lo sforzo ritorna nella stretta dei pugni, perfetta e salda, che guida lo sguardo dello spettatore verso la bocca spalancata, le piccole fiamme che sbuffano dalle narici e gli occhi enormi, da pesce, del drago, che vorrebbero contenere una sorta di sorpresa repressa per il colpo inaspettato.

Questo quadro racconta la lotta infinita tra passione e ragione ovvero tra natura e civiltà. La bestia è l’atavico desiderio dell’uomo di vivere senza regole soddisfacendo i propri bisogni primari e si scontra con la necessità di diventare uomo sociale, vivere con delle leggi che gli permettano di creare un mondo civile dove ci sia spazio per l’altro e la comunità.

La forza bruta, la mancanza di ragione, l’istinto puro, vengono sconfitti dal coraggio, che è la paura governata dall’intelletto, dalla capacità, che nasce dal ragionamento, di distinguere il momento e il punto opportuno per colpire.

Così la vittoria di Cadmo dimostra che, come diceva qualcuno, nella vita non è importante colpire forte, ma colpire giusto.

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