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“V” come “Vintage”


GGG (1 di 1)

Ho sempre avuto l’anima della collezionista, sin da bambina, quando avevo deciso di costruire uno zoo di famiglie di animali di vetro in miniatura. Detta così sembra facile, ma guardate che trovare una mamma di pesce con quattro pesciolini, una mamma papera ed un papà papera con otto paperette, oppure una famiglia di scoiattoli, tutti in miniatura, tutti in vetro soffiato, non è poi tanto semplice per una bambina di otto anni.

Si aggiungano poi le disgrazie, non si sa come, qualche animale perdeva pezzi di code, cadevano occhi, si spezzavano zampette, a guardarla nel complesso più che una collezione di famiglie felici sembrava l’ingresso del pronto soccorso dello zoo.

Dagli animaletti sono poi passata alle conchiglie, ma non quelle che si raccolgono sulla spiaggia, bensì quelle che vengono vendute incartate in tre strati di ovatta e poi in contenitori singoli, in una forma professionale che comprendeva un cartellino con nome scientifico di almeno quindici lettere tra cui tre “x” e due “y”. La collezione, oltremodo ingombrante, era contenuta in una scatola che puzzava un po’ di pesce, è stata poi smembrata nei vari traslochi ed al momento ne ho perso traccia.

Sono passata poi agli orologi, ma solo quelli da taschino, alle penne colorate, fino ad arrivare alle rane e alla lettera “G”, indovinate poi perché. Queste due collezioni godono di ottima salute e credo faranno parte delle mie piccole manie ancora per qualche tempo.

Tutto questo preambolo per dire che in quel mercatino, la scorsa domenica, era prevedibile che ci finissi, ovvero un mercatino rinomato di Roma, dove il “vintage” è considerato il cavallo di battaglia.

E tutti sappiamo che il vintage è la fonte di ogni collezione, perché raccoglie tutto che è superfluo e solo gli oggetti superflui possono essere interessanti.

Quando si pensa al vintage c’è dentro di tutto, vestiti, accessori, oggetti, ogni cosa che poteva transitare dalla casa di qualcuno al secchio della spazzatura ma è stata intercettata da qualcun altro che l’ha ripulita, risistemata e che cerca di ripiazzarla.

Perché è di questo che stiamo parlando: di riuso, e non è un aspetto trascurabile perché nascono qui tanti dubbi sull’opportunità di usare qualcosa che, se lo vedessi nel mio armadio, mi farebbe orrore e puzza, ma che appeso là, tutto stirato, sistemato tra altre cose altrettanto brutte, sembra abbia un senso, una possibilità di riviviere, magari addosso a me.

Ma è un attimo, di solito il pensiero di comprarmi la camicia in cui ha sudato qualcun altro, o peggio, le scarpe, portate da qualcun altro che non abbia delle affinità genetiche con me, dura circa quindici secondi, poi mi riprendo e rimetto l’oggetto a posto.

A questo si aggiunge il dubbio, un po’ da braccino corto, sul perché dovrei pagare una maglia senza marchio ma chiaramente di quel tessuto sintetico che si faceva negli anni Settanta – e per inciso ci sarebbe da chiedersi anche perché non lo fanno più quel tessuto – trentacinque euro quando ne posso comprare una nuova, mai usata, a dodici da Zara. Non ci vedo il risparmio.

Chi di moda ne capisce, non come me, mi farà notare che il vintage è una scelta di vita, che rappresenta comunque una tendenza e che pertanto va rispettato.

In questo dialogo immaginario che si svolge nella mia testa mentre mi muovo tra bancarelle affollatissime da giovani vestiti in modo diverso dal mio, sicuramente più ricercato e ragionato, mi trovo a rispondermi che magari quel posacenere con la scritta “No smoking” a vent’anni me lo sarei comprato, mentre ora mi fa spassionatamente orrore.

E allora capisco che in realtà il vero vintage in quel mercatino, sono io.

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