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Riflessioni da autobus


bus

Di solito io odio l’umanità ma oggi, sarà stata la canzone di Ben Harper negli auricolari che aveva una melodia languida o il fatto che non avevo fatto ancora colazione, ho avuto quasi un moto di tenerezza per quell’insieme di anime che girano per il mondo e che mi capita di incrociare andando al lavoro.

E tutto questo perché, complice un autobus miracolosamente poco affollato,  oggi ho rinunciato all’interessante lettura del libro che avevo in borsa, “Roma massonica”,  per guardare un po’ le persone, anzi i personaggi, che si alternavano tra la chiusura e l’apertura delle porte.

Appena salita,  ho subito notato una coppia di sessantenni, lui capelli grigi coperti da cappellino tipo da pesca, lei tutta viola, compresi i capelli, insomma un mirtillo, seduti al centro del mezzo, uno dietro l’altra. Lei gli aveva attaccato un pilotto stringendo un carrello della spesa viola come tutto il resto, in cui cercava di fargli capire le sue esigenze, e lo faceva ripetendo “perché le mie esigenze sono…”, mentre lui fissava un punto nel vuoto con gli occhi spenti.

Mi allontano repentina, non credo di essere in grado di ascoltare pilotti a quell’ora del mattino, e mi trovo a sedere in un posto doppio vicino ad un anonimo ragazzo orientale.

E da quella posizione inizio a vedere il mondo come fosse un nuovo acquario, pieno di specie bizzarre, a volte conosciute, a volte inedite.  La prima specie che incontro è comune, ovvero ho già incontrato qualcuna così: la signora che sale senza biglietto e chiede solo alle donne a cui riesce ad avvicinarsi se hanno un biglietto in più. Comunica quindi a tutto l’autobus di essere una “portoghese”, non di nazionalità ma che non ha pagato, e di non farlo volontariamente, guardandosi intorno in costante ricerca di una nuova preda. Tra un aggancio e l’altro, la vedo frugare in un portatessere e tirare fuori qualcosa come tre biglietti timbrati che poi vengono rimessii religiosamente al loro posto, forse sono reliquie di viaggi mistici.

Dietro, si muove un filippino con i baffi a mustacchi, il capello lungo e unto fino a metà spalla e un imprevisto giornaletto di crittogrammi. L’ometto, munito di penna dalla punta sottile, tra uno scossone e l’altro scova parole, in italiano, barrandole con linee precise, mentre si annidano in una selva di lettere apparentemente senza senso. Si rilassa cercando un senso nel caos in una lingua che non è neanche la sua.

A fianco a me il ragazzo è sostituito dal classico colletto bianco cinquantenne che è l’unico a comprarsi la versione cartacea de “Il Messaggero” e a leggerlo sull’autobus naturalmente tutto accuratamente piegato e anche un po’ sopra di me. Per un attimo ho avuto voglia di chiedergli di leggermi l’oroscopo, ma non mi andava di rompere quel silenzio fragoroso che regnava sul mezzo, fatto di pensieri solitari e rumore del traffico.

Intanto la signora-mirtillo, senza smettere di parlare, tirava fuori dalla borsa una enorme lente di ingrandimento circolare, completa di manico, uguale a quelle che si vedono nelle caricature di Sherlock Holmes, e la usava per guardare un minuscolo orologio montato su un anello indossato alla mano sinistra. Ma l’ora deve essere rimasta comunque un mistero perché, a parte i riflessi che la lente gettava in tutta la vettura con il suo diametro di almeno 15 centimetri, la signora la spostava di qua e di là come non riuscisse comunque a mettere a fuoco.

A metà viaggio sale un altro “pesce comune”, quello che ha paura dei batteri e che si mette i guanti per prendere l’autobus in modo da non toccare le aste o i sedili, fonte primaria di contagio. Questa tipologia di persone ha delle varianti, tra queste c’è la signora dei Parioli che ha la collezione di guanti, preferibilmente in pelle di diverse pesantezze, che si abbinano al soprabito, e che è costretta a venire in autobus in centro perché svolge un incarico amministrativo in un ministero o ente governativo, quindi sfoggia la sua fobia in una elitaria e snobistica espressione di stile, e c’è il poveraccio.

Il poveraccio, di solito, ha guanti invernali in luglio, di lana o anche più pesanti, di almeno due taglie in più, che gli infagottano le mani rendendole simili a pale e impedendo alle dita di muoversi. Naturalmente, non provenendo l’autobus dai Parioli, quello che è salito appartiene alla seconda categoria. E’ un esemplare che possiede anche le altre caratteristiche, ovvero una giacca imbottita in una giornata in cui alle otto di mattina fanno venti gradi e se ne prevedono ventotto a ora di pranzo, i suddetti guanti, marchio distintivo, in tessuto tecnico nero tipo da sci più grandi del necessario, il calzino da ginnastica un tempo bianco, ormai grigiolino, che spunta dal pantalone troppo corto e di un colore “giallo canarino che fugge”. A questo si aggiunge l’aria di uno che si lava poco e che non ha bene idea di cosa deve fare nella sua giornata.

Il signore si siede con i suoi guanti bene in vista, un po’ ritratto verso il finestrino  aspettando che arrivi la sua fermata.  E mentre continuo a muovere lo sguardo in attesa di nuovi esemplari, il mio campo visivo viene oscurato da un’enorme cardigan di cashmere bianco indossato da una signora anch’essa enorme, per altezza e peso, che non si regge agli appositi sostegni  ma si soffia il naso con un fazzoletto di carta così da rovinare addosso all’unico che potrebbe avere una crisi di panico per il contatto: il tipo coi guanti.

Grazie a Dio è una cosa di pochi secondi, la signora-Moby Dick, perché lo devo dire,  il colore della magia non aiutava, si ritrae spinta dai sobbalzi proprio come un pesce dalle onde, mentre il signore-guanto rimane attonito per il pericolo che ha corso.  Così la guardo arrancare per guadagnare l’uscita, quasi rotolando, dopo aver regalato un brivido anche a me con un movimento che minacciava di schiacciarmi.

Intanto saliva una madre con due bambini, il maschio sui sette anni gambe-munito, la femmina di circa quattro comodamente sbragata su un passeggino, che giocava con l’iphone come stesse in crociera. La bambina usa il ditino con una scioltezza che mi lascia allibita ed addirittura accompagna le mosse con altri gesti,  di sorpresa o soddisfazione, come una signora di cinquant’anni che gioca a ramino. Abbastanza grande per usare un telefono disinvoltamente ma non per camminare, la riflessione mi inquieta.

E pure questa famiglia moderna viene risucchiata dalle porte, con la coda dell’occhio la vedo dirigersi verso la metro, dove, mentre il bambino gambe-munito rimane indietro e sembra il ritratto di un personaggio di Dickens, la madre si accolla il passeggino sulle scale con consumata dimestichezza, neanche fosse una professionista di arrampicata.

Intanto l’autobus si svuota, mi trovo sola a due fermate dal capolinea, con l’autista che guida come fosse al volante di una Ferrari sui sampietrini, finalmente con un mezzo leggero e libero. Il silenzio adesso è proprio vero,  e mi accorgo, mentre mi tengo  alle maniglie portatrici di germi per non finire sballottolata troppo, che ha sempre ragione Paolo Conte: “Si nasce e si muore soli, ma in mezzo c’è sempre un gran bel traffico”.

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