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Quanto sei bella roma, qualche volta


Roma

M.- Convive in te un animo zingaro e uno da Terzo Reich, è ciò che ti rende interessante.

g.- La schizzofrenia?

M. – no…è qualcosa di più profondo. Una sociopatia tollerante.


Quanto è bella Roma. Quanto è bella Roma se la vedi da un drone o alle quattro di mattina col buio. Vivo qui da 25 anni, mi ci hanno portato, io non volevo venire, stavo benissimo a casa mia, ma non per questo sono mai stata prevenuta, anzi, la amo, la studio, la vivo nei suoi diversi quartieri, trovo sempre angoli di imprevedibile bellezza, ma lo devo dire, appunto perché sto qui da 25 anni, Roma è una città che vista ad un metro e sessanta d’altezza fa spesso più schifo che altro.

E per avvalorare la mia tesi porterò un esempio significativo di cosa si vede passeggiando per  40 metri in una strada dietro la fontana di Trevi, pieno centro, in un pomeriggio di settembre.

Segnalo che in questo percorso sono presenti tre chiese con opere che vanno dal Cinquecento al Settecento (non dico quali altrimenti lo individuate), tutti palazzi del Seicento e del Settecento che ospitano enti e uffici del Comune o dello Stato centrale, tre madonnine agli angoli, sempre del Seicento e del Settecento, una tipografia artigianale, due bar che fanno gli orari degli uffici e uno che non si è capito che orario fa, tre negozi di souvenir gestiti da orientali, una pizzeria a taglio gestita da mediorientali, una libreria antiquaria sempre vuota ma con delle vetrine, per me, bellissime, e un paio di negozi che vendono quello che capita.

Partiamo dal basso: i sampietrini. E basta con questa storia  dei sampietrini simbolo della città. I sanpietrini fanno schifo. Ecco finalmente l’ho detto. Sarà perché non li sanno mettere, sarà perché la natura stessa del terreno non è adatta, ma il manto dei sampietrini si apre circa quindici minuti dopo che è stato montato creando indicibili solchi, orride buche e impossibili gradini che rendono la camminata difficoltosa e pericolosa, non solo per i tacchi. Io, che porto le scarpe basse, posso garantire che le punte sono tutte sfregiate proprio per i sampietrini dove sbatto e inciampo. Per non parlare della monnezza che vi si annida allegramente, come cicche e cucchiaini di plastica, segno imperituro dei gelati passati sacrificati sull’altare del cibo Made in Italy. Quindi “viva l’asfalto!”. Ecco l’ho detto. E lo ripeto perché non è vero che l’asfalto deve essere brutto, chi lo dice non ha mai visto il mondo. Posti civili, come Monaco, Parigi, Londra, non hanno questi sassetti assassini per le strade. Non m’è mai capitato di sentire uno che va a Londra e dice: “Bella Londra, però st’asfalto…” o va a Parigi, guarda  gli Champs Elisée e dice: “Madonna come ci starebbero bene dei sampietrini!”.

E mentre appunto zompetto per cercare di non morire con una caduta di faccia, butto un occhio un po’ più su, ma sempre controllando dove metto i piedi. Alzando gli occhi, vedo che chiese, portoni, vetrine, sono oscurati da una serie di “negozi spontanei”, ovvero una fila irregolare ma fitta di banchetti di borse finte che si alternano a finti artigiani che vendono finti oggetti fatti a mano. Incuranti dei carabinieri che sostano allegramente alle loro spalle, in una posizione strategica tra i due bar, occupano i bordi della strada rendendo impossibile un transito scorrevole. A questi si aggiunge l’immancabile banchetto contro la droga che ti chiede una firmetta, poi i documenti e poi i soldi, e il gladiatore di origini rom con spada di plastica che viene accompagnato anche dalla famiglia, moglie e figlio di età indefinita. Questi ultimi ammirano le performance artistiche paterne aspettando sui gradini della chiesa di fronte e intanto pigolano richieste di sostegno economico a chi passa vicino a loro per evitare appunto l’assalto della spada di plastica.

Sono a metà percorso, ma mi imbatto nei camerieri acchiappa avventori che si sbracciano col menù in mano o, se più creativi, con ombrelli che fanno roteare come la spada del gladiatore di quattro metri prima. Do un’occhiata ai piatti che sostano su tovagliette di carta a quadretti bianchi e rossi e mi sembra di vedere la pizza surgelata del supermercato mentre nell’aria si diffonde il rassicurante profumo del ragù pronto, anch’esso proveniente dal supermercato. Intanto arrivo alla fine del marciapiede e non posso andare oltre: la fila dei motorini parcheggiati è arrivata a chiudere letteralmente la strada come un cordolo di sicurezza, se si vuole attraversare o si butta giù il motorino, e ammetto di esserne molto tentata, o si ritorna indietro.

Quindi cerco uno spiraglio a ritroso, trovo un buchetto in cui mi appiattisco e come un topolino che sguscia tra le sbarre arrivo sulla strada, dove mi metto a camminare. In questo limbo che è un po’ delle macchine un po’ dei pedoni, evito il turista col passeggino che porta un bambino in età scolare, un piccione morto e spiaccicato ben bene, varie macchine che mi vengono incontro sbandando un po’ sui sampietrini ma nello stesso tempo con una sicurezza che mi gela il sangue.

A questo punto guardo in alto, dove dovrebbe essere il drone, e incrocio un paio d’occhi azzurri che mi fissano. Mi ricordo la frase su Hitler “gli occhi azzurri di un pazzo” e rimango a sfidare quel gabbiano che si è appollaiato sul tetto di un furgone, posteggiato in un punto per cui chi deve girare fa prima a fare una capriola se vuole evitarlo. Il gabbiano, dicevo, mi guarda con occhi di sfida, sembra dirmi “se tutti questi postulanti dominano la strada io domino il cielo”. E ha ragione, perché scatta all’improvviso e plana dietro di me per ghermire con gesto rapido e deciso, da vero professionista,  il cono gelato all’ennesimo turista ignaro dei pericoli che potrebbe correre.

Se ci fosse stato Hitchcock sarebbe stato fiero di lui, anche se il tema del “Padrino” suonato ossessivamente da una  fisarmonica in sottofondo, maneggiata da un altro rom con stampella, ammetto che un po’ rovinava l’atmosfera.

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