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Piccola storia del neo che voleva essere re


neo

Devo togliermi un neo. Il mio corpo mi ha tradita, preso da troppo entusiasmo ad un certo punto ha perso il controllo ed ha prodotto questa specie di “gemello diverso” sotto il mento che si è impossessato prepotentemente del mio profilo. All’inizio ho pensato ad un brufolo, non ho brufoli da dieci anni quindi non mi ricordavo bene come fossero, ma questo, dopo tre giorni, non se ne andava, inoltre iniziava a prudere. Ed il prurito mi ha insospettito, oltre che impensierito. Così ho iniziato a valutare un controllino a questo nuovo amico della mia faccia, che aveva anche il difetto di essere oggettivamente brutto. Ma sappiamo tutti che rapporto ho con i medici: una semplice, onesta, rassicurante fobia.

Da buona ipocondriaca infatti immagino di avere le malattie più fantasiose, solo che poi non le verifico, perché non potrei vivere con la consapevolezza di aver avuto ragione, preferisco vivere nel dubbio, alternando momenti di depressione a ironica non curanza.

Così ho traccheggiato come mio solito, finché, spinta dalla mia poca autostima, che mi ricordava quanto già fosse difficile guardarsi allo specchio, figurarsi con quel bozzo tipo “maga matilda” sul mento che mi veniva a salutare ogni mattina, mi sono trascinata fin allo studio del dermatologo.

Trascinarsi è il termine giusto, mi sono fatta portare da un taxi perché non avrei retto il tragitto sul bus, poi ho strascicato i piedi fino alla saletta d’aspetto e poi mi sono accasciata sulla sediolina scomoda nella saletta grigia valutando varie vie di fuga.

E proprio quando avevo deciso che aspettare quindici minuti era più che sufficiente, quindi si poteva fare un’altra volta, mi hanno chiamata. Sempre strascinando i piedi mi sono presentata al patibolo, ho allungato il collo ed ho indicato l’oggetto della mia visita.

Il medico ha tirato fuori quella lente con la luce che detesto, sono sicura che fa vedere tutte cose che non dovrebbe, e mi ci ha piazzato il mento. Dopo un minuto di silenzio ha assentito con la testa e ha detto, quando già preannunciavo malattie gravissime e pericolosissime, “Non è niente. E’ un neo, brutto, ma è un neo”.

Ho assimilato la notizia con un certo sollievo, ma sono rimasta ugualmente dubbiosa, quindi ho chiesto altre spiegazioni, soprattutto sul vero problema del neo: “ma dottore, mi prude”

“E se le prude se lo gratti” mi risponde lui serenissimo. “Potrebbe anche prenderlo a martellate, è un neo che non farebbe niente di male”.

“Quindi?” chiedo perché non mi sembra una risposta esauriente. “Quindi se vuole separarsene io glielo tolgo”.

La frase che temevo e agognavo insieme, da un lato per paura dall’altro paradossalmente per coraggio, ed ha vinto il coraggio, mi sono sottoposta alla difficile operazione che non ho visto perché ho avuto gli occhi chiusi per tutti i ben tre minuti di durata.

Una volta incerottata e liquidata me ne sono tornata a casa leggerissima, fiera del mio coraggio, così ho esibito il trofeo del cerotto con schietta baldanza finché mi sono accorta che tutti, ma proprio tutti, notavano il cerotto ma nessuno, dico proprio nessuno, si era mai accorto di quel neo.

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