top of page

Insulto quindi sono – breve apologia dell’offesa


Non so se è così anche per voi, ma alla fine devo ammettere una verità scomoda: sono carina ma un po’ bastarda perché mi piace insultare la gente. Possiamo fare i buonisti quanto ci pare, ma diciamolo che non c’è niente di meglio che buttare fuori la negatività che ci portiamo dentro. Negatività che per il 95%, a torto o a ragione, imputiamo sempre agli altri. Purtroppo però questa pratica del vivere civile non viene vista di buon occhio da tutti, anzi spesso viene criticata e classificata come “mancanza di educazione” e/o “cattivo carattere”. Etichette che io ho incollate, soprattutto la seconda, molto saldamente sulla fronte.

Ma non è colpa mia se quando Dio ha distribuito i filtri per la gestione dei rapporti personali sono stata scambiata per un cactus!

Così è molto facile che esterni senza mezzi termini cosa penso di una persona, delle sue azioni e del suo abbigliamento e che questo pensiero sia poco gradito a chi lo ascolta ed interpretato appunto come un’offesa. Ricordo ancora quando ho chiesto ad una tipa, che mi avevano appena presentato e che indossava una stola assolutamente fuori luogo, dove avesse preso il gatto che aveva sulle spalle e perché lo avesse ucciso così brutalmente. Naturalmente la tipa è sparita in una nuvola di zolfo nel giro di trenta secondi e il mio amico non mi ha più presentato nessuna delle sue successive fidanzate. E devo dire che, conoscendo i gusti del mio amico, credo di averci guadagnato.

Per ovviare quindi all’odio che attiro con il mio comportamento sconsiderato, soprattutto da parte di persone che frequento giornalmente,  ho sviluppato negli anni una raffinata tecnica di camuffamento dell’insulto, che consiste nel dire sempre quello che penso, ma con tono e termini che confondono l’interlocutore e che lo lasciano nel dubbio di “aver capito male”. L’ho chiamata “ironia”.

La tecnica funziona soprattutto quando il mio interlocutore non è molto sveglio, o al contrario con quelli molto sagaci, perché sono quelli che amano l’ironia e la capiscono, quindi non si offendono perché ne apprezzano motivazioni e finalità.

Detta così sembra semplice, ma guardate che ho dovuto soffrire e lavorare molto per diventare la personcina spiritosa che sono oggi. Anni e anni di esperimenti per trovare le espressioni giuste ed il tono di voce appropriato.

Per esempio, avete mai valutato quanto siano importanti quelle espressioni di contorno che di solito accompagnano gli insulti, ovvero quelle come “testa di…” “pezzo di…”? Completarle con termini innovativi rende queste locuzioni sempre nuove e raffinate.

Confesso di avere avuto anche io il mio periodo scurrile, con grande utilizzo della parola di 5 lettere che inizia con “c” e finisce con “zzo”, ma da quando ho scoperto che è stata accettata sullo Zingarelli mi hanno tolto il gusto della trasgressione e quindi ho sostituito il sempre verde “porcoc…zzo” con il più fresco “porcapuzzola” mentre “testa d’abbacchio” riscuote sempre il dovuto successo di pubblico.

Per non dimenticare il must della stagione 2010/2011 “ aiutami a dire…” e poi una grande scelta di varianti, tra cui “quanto ti odio” o “o quanto sei antipatico” o “quanto sei inutile”.

A questo proposito, avete mai notato quante parole offensive iniziano per “i”, oltre il citato “inutile” che, devo ammettere, racchiude in se una carica veramente potente? Ora che ci penso, la lettera “i” mi ha sempre dato un sacco di soddisfazioni. Qui mi limito a elencare, al di là dello scontato “idiota”: “inetto”, “ignavo”, “inconsistente”, “immondo”, “ignobile”, “imbarazzante”, “ignorante”, “incivile”, “immorale”, “indeciso”, “incoerente”, “infame”, “infido”, “ingrato”, “insensibile”, “insignificante”, “insulso”, “inutile”, “ipocrita”, “isterico”. Tutti vocaboli che, inseriti in una frase complessa, possono passare inosservati risultando “epiteti scherzosi” e non i veri, pieni, insulti che sono e che io non resisto dal diffondere a piene mani.

Ho introdotto inoltre espressioni standard che funzionano sempre come “brutta come una caduta dalle scale” oppure “simpatico come un dito in un occhio”, di quest’ultima ha i diritti un mio caro amico che mi farà causa sicuramente dopo aver letto il pezzo.

Ma ho scelto di chiudere questa breve (perché ce ne sarebbe ancora da raccontare) ed educativa apologia dell’offesa con un’altra frase rubata che trova un posto speciale nella mia visione cinica del mondo, in cui spero sempre che “una risata vi seppellirà” così,  quando qualcuno diventa veramente antipatico e non riesco ad esprimere con completezza l’odio che provo nei suoi confronti, mi lascio uscire dalle labbra sante: “che si pianti un chiodo in fronte”, e mi sento subito meglio.

Comments


bottom of page