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Fenomenologia dell’Autista


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Proseguo la mia analisi della vita metropolitana, intesa come una cittadina che prende abitualmente i mezzi pubblici romani, con una disamina delle diverse tipologie degli autisti dell’autobus che si possono incontrare. L’autista dell’autobus infatti, si divide in varie tipologie, qui di seguito ne esaminiamo alcune:

Il “modello”, ma non nel senso di modello per la professionalità, intendiamo proprio quello che si crede bello bello in un modo impossibile. Il soggetto in questione di solito porta il pulloverino con il marchio dell’azienda come fosse quello di una nota casa di moda, arrotolato in vita, jeans, camicia perfettamente stirata, mentre parla al telefono con qualche altro modello di quanto sia difficile essere belli. Questo tipo di autista sembra che stia per prendere il volante della sua macchina di grossa cilindrata mentre sale sul mezzo, si posiziona aggiustandosi il sedile e si appresta alla guida dopo aver controllato nello specchietto quante donne lo stiano ammirando. Peccato che alla guida si dimostri meno spavaldo di come non sia al di fuori della cabina, ovvero manovra il mezzo a scatti, è timoroso nell’immissione, guida talmente piano che sembra di andare indietro nel tempo, anche quando l’autobus è semivuoto, perché ha paura che le vibrazioni gli facciano venire le rughe.

Il “moicano” ha come  caratteristica principale l’attenzione morbosa ai propri capelli, che di solito fa crescere lunghi fino almeno a metà schiena. Il colore è spesso biondo platino, che si intona col verde del gilet della divisa indossato sopra una camicia con le maniche talmente arrotolate da sembrare che spariscano. Così si potrà anche ammirare la serie dei tatuaggi sui bicipiti, di solito piratesse, serpenti a sonagli, gladiatori. Tutte immagini colorate e dai bordi spessi che si attorcigliano tra loro. Il moicano porta i capelli raccolti in uno chignon finchè non inizia il servizio, a quel punto libera la chioma con un deciso colpo della testa, la scuote  in modo da farli fluttuare in aria come nelle pubblicità dello shampoo  e si appresta alla guida. Questo movimento lo ripete nell’arco della giornata, ma soprattutto quando gli si chiede a che ora parte l’autobus, per il resto ha una guida moderata, che si alterna con scatti verso gli automobilisti ma mai coi passeggeri, che però  tendono a posizionarsi nel fondo della vettura e a non fargli mai domande.

Lo ”smemorato di Collegno” è quello che non sa mai gli orari suoi  né quelli degli altri. Quando al capolinea gli si chiede a che ora parte l’autobus che deve guidare lui dà indicazioni vaghe tipo: “tra poco”, oppure “cinque, dieci minuti”, come se tra cinque e dieci minuti non ci fosse differenza per una che deve entrare al lavoro alle 9.00 e non alle 9.10. Lo smemorato poi si dimentica anche la strada, a volte non gira dove deve girare e porta il suo autobus in percorsi sconosciuti sequestrando gli attoniti passeggeri. In questi casi, se è uno smemorato incallito, mantiene la calma e inizia a girare in tondo in modo da ritornare al punto in cui ha confuso gli incroci e riprendere da là, se invece è uno smemorato episodico può cambiare proprio strada, saltare quattro fermate e continuare imperterrito il percorso con l’unico obiettivo del capolinea, a cui arriverà lasciando i passeggeri in posti a caso.

L’”intellettuale” è quello che legge il giornaletto free non solo quando aspetta di partire al capolinea, ma anche ai semafori o nelle file. Munito di occhiali da vista sottili legati con una catenella intorno al collo, si tiene quel giornaletto che gli hanno dato proprio quelli che lo distribuiscono, insieme ad una pila di altri cento, sul lato del cruscotto, ben piegato, magari con una penna vicino, come fosse la copertina di linus e lo lascia al suo successore a fine turno, sperando che anche a lui faccia lo stesso effetto di estraniazione dal mondo e dai passeggeri, che non sopporta, ma si rassegna a dover portare sull’autobus.

Il “Cafone”, il peggiore da incontrare, raccoglie tutti i difetti degli altri, non solo guida male, ma lo fa di proposito, gli piace vedere la gente che rotola da una parte all’altra del mezzo quando è vuoto e che si schiaccia quando è pieno. Ha la camicia fuori dai pantaloni tutta stropicciata, la barba un po’ lunga e, se ha i capelli, è sempre spettinato. La giacca viene indossata solo in inverno, e sempre con la suddetta camicia fuori dai pantaloni. Di solito ha un forte accento di qualche regione italiana che si sente non solo quando insulta gli altri automobilisti, ma anche quando bestemmia senza motivo. Il suo vero amico è il cellulare che stringe in mano anche mentre guida e con il quale gioca forsennatamente in tornei di burraco on-line tra una corsa e l’altra. Tiene sempre chiusa la porta davanti perché non vuole prendere la corrente ed è divertente vedere la gente che corre alle altre porte per salire o scendere.  Al passeggero che chiede un’informazione di solito risponde in modo sgarbato cose tipo: “Io qui lavoro si dia una calmata” o grugnisce e tira la tendina che lo dovrebbe separare dal resto del bus. Qualora ne sia sprovvisto, chiude tutta la cabina attaccando i fogli di giornale che l’autista intellettuale aveva lasciato nel turno prima.

Ma tutti, per quanto diversi, racchiudono un elemento comune: il borsello. Oggetto misterioso che ci permette di individuarli anche quando non sono in divisa o cercano di mimetizzarsi tra la folla della fermata. Portato a tracolla o tenuto in mano, il borsello racchiude misteriosi poteri taumaturgici e, per ognuno, l’oggetto caratterizzante, ovvero lo specchio, l’elastico per capelli, gli occhiali, il tom-tom, il telefono.

Ognuno ha un borsello che sembra renderlo identico all’altro, ma è quello che c’è dentro che svela la sua vera identità, quindi attenzione a quando lo apre, è in quel momento che potrete capire subito con chi avrete a che fare e decidere se è il caso di aspettare il prossimo, di autobus.

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