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Che la forza Sia con me, ovvero il mio incontro col Tai chi


Siamo a settembre, tutto quello che “ne riparliamo a settembre” è venuto con la sua zampa unghiuta a bussare alla mia porta. E mentre faccio finta di non sentire quel bussare ritmato e insistente, forse per superare la malinconia di fine estate o l’ansia di inizio autunno, mi è venuta una voglia sfrenata di fare dei corsi, di migliorarmi e imparare qualcosa di nuovo.

Però non è solo il periodo dell’anno, a questa ansia da prestazione si somma il gorgoglio degli ormoni, che battono il ditino sull’orologio biologico e dicono “non hai visto quanto è più lento? o smetti di magnà o ti muovi di più”. E io non posso smettere de magnà.

Da qui il rinnovo della palestra e del pilates è scontato, ma non mi basta, ho voglia di novità, ho voglia di fare cose che ho sempre sognato di fare e che non ho mai fatto per pigrizia (crf. anche questo credo sia colpa degli ormoni che cercano di distrarmi dal cibo).

E così sono finita, di nuovo, senza scarpe e in una sala piena di gente molto più vecchia di me a fissare uno che mi parla della posizione “drago che fa cose” non capendo, ancora una volta, niente di quello che devo fare.

Ma partiamo dall’inizio.

Se non si devono portare le scarpe, c’è una musica soffusa, l’età media è sopra i cinquanta e soprattutto di promettono che non suderai è il mio corso. E cosa è, dopo il pilates e lo yoga che contiene tutte queste caratteristiche? Esatto, il Tai chi. O meglio, il Tai chi chuan, per essere precisi, come ci tiene a sottolineare il pacato istruttore iniziando la lezione con lo scrivere su una lavagna con un pennarello abbastanza secco da produrre segni illeggibili. Così ho scoperto che quando si taglia il nome corretto di questa disciplina è come abbreviare in dialetto un nome.

Quindi già mi sento cafona dall’inizio. Già partiamo male. Per di più mi accorgo di non avere ai piedi le scarpette da kung fu che ho visto solo nei film di Ip man e ben tre partecipanti alla lezione indossano. Guardo i miei calzini da pilates con l’antiscivolo e l’elastico e già mi inizia a salire il dubbio di aver sbagliato qualcosa.

Ma resisto, perché la caratteristica del mio approccio a qualsiasi azione sportiva è resistere alla voglia di piantare tutto, alzarmi, e andarmene senza guardare indietro. A dire la verità è un istinto che ho anche in molte altre occasioni quotidiane, ma non voglio divagare.

Quindi, una volta assodato che già parto svantaggiata per la cultura e l’abbigliamento, mi rendo conto che sono anche l’unica veramente nuova del corso che, pur iniziando quel giorno, è frequentato da allievi dell’anno prima. In poche parole io sono l’unica che non ha idea di quello che succederà, e lo sa anche l’istruttore, che già mi lancia occhiate desolate e si limita a fare il ripasso veloce come il professore del secondo anno al liceo, certo anche la lavagna col pennarello dietro di lui non aiuta.

Cerco di scrollarmi di dosso quella sensazione da “lezione di ginnastica dell’ultim’ora”, e di concentrarmi su quello che dice, ma è come a scuola, alla fine mi distraggo. Capisco solo che faremo 8 esercizi in un modo poi 12 in un altro, poi faremo la “FORMA”, ma non tutta, partiremo da dove si sono fermati l’anno scorso. A ribadire quanto detto sopra.

Mi viene da pensare: quindi si potrebbe partire da un’altra parte? Ma non faccio in tempo a contrirmi per l’idea che già devo mettermi in posizione, ovvero copiare quello che fa l’istruttore.

All’inizio la storia è rassicurante, in fondo si tratta di accettare il fatto che ho una postura sbagliata, che sto troppo con i gomiti in dentro e il sedere in fuori, che non poggio correttamente la pianta dei piedi. Non è che avevo bisogno del Tai chi per sapere che ho un inizio di scoliosi, del resto se una storica dell’arte non ha la scoliosi che professionista è? Secondo tradizione, questa è la base delle malattie professionali da studio e da utilizzo dell’intelletto (cfr. la mitica gobba di Leopardi) e io sono una all’antica.

Quindi scopro che devo ancorarmi a terra, perché il tipo di Tai chi che faremo è proprio legato alla terra, e che devo lavorare sulla mia forza, perché non è esclusivamente un problema di competizione con la gravità, bensì di consapevolezza e gestione della mia “forza”.

Questo è stato il primo momento veramente difficile. Quando parla della FORZA come Yoda abbassando le braccia avanti, a semicerchio, con le mani a spatola che indicavano proprio là in un gesto che sembrava quello di Tafazi senza la bottiglia. Non ho riso. Dio mi è testimone, c’è stato quel secondo in cui ho pensato: ok, bello il posto, bella la gente, ma forse è il caso che ti rimetti le scarpe prendi il tuo squallido zainetto e vai da McDonald’s a farti un McFlurry. Però ho resistito. Ho continuato imperterrita a cercare la terra ruotando il piede con la gamba alzata e sfarfallando con le braccia.

E dopo altri esercizi fatti in serie da 8, come nel pilates, finalmente l’istruttore decide che possiamo fare la FORMA.

Quindi mi accorgo che mi sono messa nell’unico punto da dove non vedo tutti i movimenti perché mi devo girare a destra e sbatto contro il muro, inoltre capisco i movimenti che devo fare fino a metà della sequenza, sia a causa della posizione ostile che dei miei evidenti limiti cognitivi, poi sbatto un po’ le braccia e cerco di arrivare alla fine.

Lo capisce pure l’istruttore, che però si guarda bene dal dirmi di spostarmi, anzi, continua a ripetere i movimenti almeno cinque volte, e quello è il momento dell’epifania. In quel momento scopro con orrore che il senso di tutto quello che stiamo facendo è imparare a memoria una sequenza di movimenti.

E là vedo la fine. Nella mia testa si forma una sequenza di parole intercalate da punti per imprimere più forza al concetto: “Io. Memoria. Imparare a fare dei gesti secondo una sequenza. Impossibile.” Perché io, oltre ad essere scoordinata, a non possedere tono muscolare, né fiato o resistenza, io dicevo, non ho memoria per le sequenze di gesti, io mi limito a seguire senza pensare quello che vedo ma non conservo nulla.

Ho la testa troppo piena di immagini per riuscire a metterle in ordine, figurarsi decidere consapevolmente cosa tenere e cosa eliminare. Ma il terrore vero arriva quando l’istruttore dice le parole che nessuno come me vuole mai sentirsi dire a scuola: “E adesso fatelo da soli”.

In quel momento mi pento di non aver riso quando potevo ed essermene andata con stile. Faccio l’unica cosa che mi potrebbe salvare, alzo la mano (del resto l’idea di stare a scuola non sono riuscita a togliermela) e dico “No. Io non mi ricordo niente”. Lui non è che mi aiuta a sentirmi meno in classe, perché risponde: “Allora segui lui, che se la ricorda”. Almeno una frase di sostegno morale tipo. “E’ normale, non ti preoccupare, un po’ alla volta”. Niente. Sarebbe un pessimo professore.

Torniamo però a “Lui”. È un tipetto molto concentrato, con due polpacci da terzino, che sembra convintissimo di quello che fa, ma mentre lo seguo mi viene seriamente il dubbio che tiri a indovinare come me. E la frase sibillina dell’istruttore alla fine della sequenza “Ecco era l’ultimo della classe ora invece è quello che si ricorda più degli altri” mi ha confortato nella mia intuizione.

Non sono una che ama infierire sulle proprie figure di merda, ma posso dire che il momento in cui sono caduta dalla palla del pilates e mi sono fatta talmente male che mi uscivano le lacrime anche se non volevo è stato meno doloroso di quei dieci minuti di sequenze fatte a caso.

Quindi sorvoliamo e arriviamo fino alla fine della lezione, suggellata dal respirone consolatorio che precede l’applauso, come quando atterra l’aereo, e il fuggi fuggi generale.

E mentre medito un giro sul sito di Decathlon  cercare le scarpette, penso che potrei aver trovato, ancora una volta, un’altra attività che mi potrebbe permettere di collezionare figure di merda, contusioni e amarezza, ma che potrebbe anche aprirmi altre strade per ritrovare l’equilibrio nella forza … e abbracciare il mio lato oscuro…

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