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Perché il Pantheon va pagato


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Le risposte di pancia per me sono sempre le più sbagliate quando si tratta di morale, politica e soldi. Le risposte di pancia vanno bene per l’amore, a tavola, per le locandine dei film e le copertine dei libri, mentre a volte sono pericolosissime se applicate allo shopping compulsivo.

La recente polemica sulla proposta del Ministro Franceschini di inserire un ticket per l’accesso al Pantheon nasce secondo me proprio da queste pericolose “risposte di pancia”, che ci fanno immaginare che sia giusto che la cultura sia per tutti e che quindi tutti debbano accedervi gratuitamente.

Detta così suona proprio bene, e infatti ho visto anche storici dell’arte e guide turistiche avvalorare questa tesi, quindi professionisti del settore. E me ne sono rammaricata, perché anche loro sono caduti nel facile tranello di credere che l’istinto debba avere sempre ragione, perché in questo caso, a mio parere, non ne ha.

Il problema, infatti, non è se sia giusto pagare o meno per vedere qualcosa di bello, ma se sia giusto pagare o meno per conoscere qualcosa di bello.

Faccio un esempio pratico e sintetico: quando si rompe un tubo e dobbiamo chiamare l’idraulico pensiamo che questi debba aggiustarcelo gratis perché tutti hanno diritto all’acqua intesa come un bene primario?

Quando prendiamo l’autostrada, pensiamo di non doverla pagare perché dovremmo essere liberi di andare dove vogliamo?

E potrei continuare all’infinito per arrivare sempre allo stesso punto: noi percepiamo la cultura come un diritto che non dobbiamo pagare.

Peccato però che per produrre quella cultura a cui noi riteniamo di avere un diritto gratuito siano necessarie delle professionalità che hanno la brutta abitudine di mangiare come gli altri, di vestirsi come gli altri e di cercare di vivere con un tetto sulla testa.

Queste persone lavorano come l’idraulico, ci permettono di usufruire di un servizio come fa l’autostrada, insomma, producono qualcosa che a volte sembra immateriale e scontato, ma che comunque esiste e non è il frutto dell’intervento divino, bensì della fatica e del sudore dell’uomo.

Quindi la domanda sorge spontanea, se siamo tutti d’accordo che la cultura sia prodotto e servizio insieme, quale sarà il suo valore? Perché un valore deve pur averlo.

La situazione è talmente grave che pure le sue stesse vittime, gli studiosi che ho citato prima, si ritrovano in occasioni come questa polemica a dire la cosa sbagliata, dimenticando il vero motivo per cui devono fare i camerieri part-time aspettando la borsa di studio americana o le baby sitter pregando che esca un concorso impossibile da superare perché ci sono quattro posti per trecentomila domande.

E il vero motivo, come dimostra lo stato di semi-indigenza in cui versano storici dell’arte, archeologi, guide turistiche, e chiunque voglia fare dello “studio” il suo lavoro, è che in questa società il valore della cultura è negato fino all’inverosimile.

Ed ecco perché l’ingresso al Pantheon va pagato: per ritrovare il valore dello studio, e questo si può fare solo quando si accetterà che è giusto che la cultura non sia per tutti, ma solo per chi la vuole veramente.

Solo chi vorrà visitare veramente il monumento sarà interessato a scoprirne la storia, a conoscere il valore di quella porta che ha letteralmente duemila anni, a apprezzare la persona che gliene parlerà perché lo ha studiato o a compare libri che gli permetteranno di studiarlo a sua volta.

L’ingresso al Pantheon va pagato perché la gente si ricordi che il sapere ha un valore concreto, che ci sono persone dietro la diffusione di quel sapere con una loro professionalità che va riconosciuta.

Ma badate bene ho detto riconosciuta, non premiata perché, come riconosciamo le capacità di un idraulico, che sa cambiare un tubo mentre noi non lo sappiamo fare, così noi dobbiamo riconoscere che, quando tiriamo fuori la voce “Pantheon” da Wikipedia e ce la leggiamo mentre guardiamo l’apertura da nove metri che permette alla luce di entrare nel tempio, possiamo sapere che è di nove metri perché qualcuno ha lavorato, non giocato, studiando il monumento, le fonti, la storia per farlo sapere anche a noi.

E così mi ritrovo di nuovo a dire una cosa che quasi tutti, pure quelli che non dovrebbero, hanno dimenticato: ognuno ha diritto a vedere riconosciuta la propria professionalità e il proprio valore perché il lavoro va pagato, altrimenti non è lavoro.

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