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Lavorare stanca, ovvero anche le vacanze hanno una fine


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Un mese, come suona dolce, come adoro il suono rotondo di “trenta giorni”. Trenta giorni sono una pagina intera di un calendario, trenta foglietti dell’agenda, una cassetta delle lettere piena di bollette, ma sono anche un soffio, quando ci si diverte e soprattutto quando ci si stacca dal mondo e non si lavora.

Per ben trenta giorni non ho toccato un pc, non ho aperto la posta elettronica, non ho controllato con assiduità Facebook (d’altronde è come quando si smette di fumare, quella dopo il caffè ce la concediamo sempre), né Twitter e soprattutto non ho scritto una riga. Di quest’ultima cosa spero se ne sia accorto qualcuno.

Ma oggi sono tornata! Ed ho scoperto che non è successo poi molto, a parte che  siamo tutti più abbronzati e abbiamo un sacco di spam da cancellare, la sedia è ancora scomoda e i problemi sono gli stessi, anzi sono aumentati perché agli abituali si aggiungono quelli derivati proprio dalla fine di quel momento di beatitudine che è la vacanza.

Prima di tutto segnalo tra gli inconvenienti della fine delle ferie le lavatrici. Si parte puliti e si torna sporchi, ma tanto sporchi. E di solito si scopre che, da lavare, non ci sono solo quelli usati nei giorni di viaggio, ma anche i panni che si erano nascosti nella cesta del bucato per sfuggire al loro destino. Questi ultimi, una volta scoperti, tendono ad arrendersi e, a volte, riescono anche a camminare da soli fino alla suddetta lavatrice.

Poi il frigo, che può far parte delle incombenze del rientro non tutti gli anni, ma che almeno una volta nella vita capita a tutti. E’ un dato di fatto che, per quanto lo si sia svuotato c’è sempre qualcosa che non avevamo voluto buttare e che decide di andare a male in nostra assenza. Di solito un limone, resistentissimo negli altri periodi dell’anno, capace di vivere da solo in un frigo talmente vuoto che il suo unico compagno è l’eco, magari anche per tre mesi, ma che quando si decide di partire sembra perdere le speranze e si lascia morire subito, in modo da regalare un odoroso ricordo di sé ai posteri che si toglierà solo con generose passate di aceto.

C’è gente poi a cui è successa l’immane tragedia dello scongelamento del freezer, di solito perché Dio ha deciso che in quel momento toccava al loro frigo non essere più alimentato dall’elettricità o per punirli dei loro peccati, e in quei casi si può assistere a scene mestamente tristi. Soprattutto se si ha la pessima abitudine di surgelare la carne. Ma cambiamo argomento, non sono ancora pronta per scrivere di iatture di questa portata.

Come accennavo, se a casa troviamo il panico, in ufficio di solito il delirio. Siamo stati tutti in vacanza lo stesso periodo e quando ci sediamo alla scrivania abbiamo tutti lo stesso pensiero: “Devo mantenere l’abbronzatura il più a lungo possibile”, ma facciamo tutti finta di pensare “Non vedo proprio l’ora di controllare le mille e-mail di spam che mi sono arrivate”.

Partendo dalle cose in sospeso, che vengono riproposte a turno sulle scrivanie di tutti, come la palla di sterco dello scarabeo stercorario, che parte piccola piccola e alla fine diventa talmente grande che per forza si deve fermare da qualche parte, di solito sulla scrivania di quello che si era alzato per andare in bagno, si passa appunto allo smaltimento della corrispondenza, composta al 99% di pubblicità e messaggi indesiderati e di un’unica comunicazione importante che viene letta troppo tardi rispetto a quando sarebbe servita.

E la giornata scorre, tra una telefonata di ben tornato e l’altra, fino a scavallare tutte le pause caffè e quella del pranzo tra i vari racconti che, a turno, descrivono le vacanze di ognuno, sempre fighissime, sempre bellissime, spesso illuminanti, appaganti e rigeneranti.

Ma non abbastanza rigenerati da non desiderare un “rientro morbido”, ovvero sedersi e cazzarare per almeno la prima settimana di attività lavorativa.

E forse proprio perché il rientro in ufficio non avviene mai così, ci rimane un desiderio inconscio e frustrato, come quello di non doversi svegliare prima che siano finite le colazioni da Mac Donald’s (ditemi infatti chi è mai riuscito a mangiarla, questa misteriosa colazione che finisce sempre tre minuti prima che arriviamo ad ordinarla indicandoci la fine della mattina e l’inizio dell’ora di pranzo).

Ma nel nostro intimo non riusciamo ad arrenderci, così compiamo piccoli gesti inconsci, come cambiarne lo sfondo del computer con la foto delle vacanze, fissare il souvenir che ci siamo furtivamente portati in ufficio e lasciarci le ciabatte, almeno per un altro giorno, prima che la palla di sterco si decida a fermarsi giusta giusta sulla nostra scrivania.

P.S. dedicato a Pierangela che condivide ed ispira questo pezzo (ma che non mette le ciabatte, lei)

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